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mercoledì 6 gennaio 2010

Segreti di Stato

Trama. La magistratura va alla ricerca di certi documenti riguardanti uno scandalo informativo che include governi di destra e di sinistra, vertici di aziende telefoniche e agenti del Sismi, tutti coinvolti in un'intrecciata e complicata rete di intercettazioni e favoreggiamenti politici-finanziari. Quando le carte però vengono raccolte e dato inizio al processo di analisi, ecco che il capo politico del Paese si muove frettolosamente per insabbiare le prove, apponendo il famigerato segreto di stato. Il Copasir, la commissione alla Camera che ha il potere di revocare la decisione di occultamento, e che viene inseguita dal popolare attore Massimo D'Alema, ovviamente rimane in silenzio, lasciando intendere che ha interessi nella faccenda.
Il mistero si fa più intricato quando si scopre che alcuni indagati sono fedelissimi del premier odierno come di quello precedente. Bellissime le interpetrazioni in questo caso di Niccolò Pollari, capo del Sismi e da Prodi nominato Consigliere di Stato, Marco Mancini, che abbiamo già visto nel film sul sequestro Abu Omar e Giuliano Tavaroli, ex capo della securuty di Telecom al cui cospetto 500 dipendenti raccolgono a comando informazioni e documenti su politici, giornalisti e imprenditori.
Labirintico politic-thriller movie appartenente al ricchissimo filone dei film sugli insabbiamenti di stato di cui riportiamo una lista approssimata: "Piano Solo" del 1964 in cui deportazioni programmate di politici dell'opposizione da parte del regista generale De Lorenzo vengono fatte passare come semplici esercitazioni; "Piazza Fontana" del 1969 dove i servizi segreti hanno legami con i terroristi neri; "Gli operai della Fiat schedati in massa" del 1971 in cui si vede un in formissima Andreotti; "Golpe Bianco" del 1974 in cui Aldo Moro e Andreotti impediscono al giudice Violante di far luce sul tentato colpo di stato; "Fondi Usa al Sid" del 1976, storia di finanziamenti ai politici italiani il cui indagamento viene ostacolato da Aldo Moro; "Armi alle Br e all'Olp" del 1979, film sul rifornimento di armi dall'Italia nascosto da Craxi e De Mita; "Il caso Eni Petronim" del 1980, su tangenti e petrolio nascoste da Cossiga; "Italo Toni e Graziella De Palo: i giornalisti scomparsi" sempre del 1980 sui due informatori spariti in Libano.
Ancora molti altri film sono in corso di realizzazione. Lo Stato si preoccuperà di produrli e soprattutto di distribuirli. Buona visione!

martedì 22 dicembre 2009

Diritto letale

Trama. In una democrazia capitalista avanzata si diffonde una malattia gravissima che gli esperti cominciano a denominare "Diritto". I sintomi del "Diritto" sono, primo fra tutti, il desiderio di maggior giustizia sociale che colpisce la metà degli elettori afflitti da tale male. Questo desiderio, detto anche "ansia di giustezza", porta gli abitanti della democrazia capitalista avanzata a voler maggiori diritti (da qui il nome della malattia) tra i quali la verità sugli scandali giuridici che colpiscono i potenti, la lotta a qualunque lotta alla corruzione, un sostegno ai poveri e agli emarginati. Fra questi infatti si annida il ceppo originale della malattia, fra i cosidetti 'immigrati'. Questi sono fra i primi a voler maggiori diritti e lo stato, spaventato per il contagio, si mette la mascherina e i guanti e con un bisturi legale cerca di asportare il tumore generato. Il "Diritto" è letale. E gli immigrati ne sono portatori. Da fermare il prima possibile. Questi chiedono addirittura la "cittadinanza", prima forma di dipendenza da "Diritto". Anche alcuni dottori vengono colpiti dalla malattia, ad esempio Gianfranco Fini, uno dei 'grandi' contagiati.
E così lo stato tenta di apporre filtri su Internet, in modo da impedire l'accesso a contenuti scabrosi, che ineggiano alla violenza, secondo i dottori, alla giustizia, secondo gli ammalati. Una presa alla Bastiglia virtuale, dove questa volta la ghigliottina è nascosta bene per impedire al popolo di vedere la testa tagliata del re. E gioire.
La morale di questo film è che la pastiglia è amara ma come sempre, i dottori hanno ragione. Il riscatto lo si vedrà nel sequel, quando si assisterà alla scena in cui il popolo forse pagherà pure il bicchiere d'acqua per mandarla giù, quella pastiglia. Ma se non la pagherà?

lunedì 9 novembre 2009

Una storia semplice

Recensione del film 'Non gli cercarono l'anima a forza di botte. Storia di un ragazzo spacciato.'

Il regista Carlo Giovanardi, che alterna la professione di documentarista a quella di sottosegretario alla Presidenza, ha concluso un lavoro sulle carceri per indagare come muoiono i detenuti di oggi. Quest'opera, probabilmente la meglio riuscita, giunge con astuzia investigativa alla conclusione che generalmente il detenuto muore della stessa causa per la quale finisce dentro. Così un colpevole di omicidio morirà ammazzato, il ladro morirà derubato, lo stupratore morirà stuprato e il drogato morirà drogato. Una storia semplice.
Nel film Giovanardi ha cercato di mostrare lo sfiancante lavoro di volontariato che le guardie mettono continuamente in atto nei confronti dei detenuti. In particolare le caritatevoli carezze di un poliziotto penitenziario si trasformano in lividi su un caso disperato di anoressica tossicodipendenza ormai prossimo alla fine. Nemmeno la preparazione medica e umana di un carcere sono riusciti a salvarlo. Anzi, Giovanardi mostra come l'opinione pubblica e la famiglia, senza motivo, si siano accaniti contro l'istituto di detenzione per una morte ormai certa del ragazzo quando loro, sì, proprio loro hanno cercato di strapparlo dalle grinfie della sorella morte.
Quando il drogato Cucchi entrò in carcere, d'altronde, tutti là dentro lo davano ormai per spacciato.
Giovanardi, con la sua altissima professionalità comunicatrice, ha saputo con abilità raccontarci il nostro ennesimo abbaglio: quello di un'opinione pubblica accecata dal dubbio circa la serietà e le buone intenzioni di un corpo di volontari della pace al nostro servizio, le guardie e i politici, i quali vogliono solo il nostro bene. Il nostro e quello di nessun altro.
In tutta risposta all'ondata di odio, e per far capire che la droga è un reato, Giovanardi testimonia anche la prova alla quale i massimi esponenti si stanno sottomettendo in questi giorni, il test antidroga. Per ora nessuno è stato picch...ehm, assistito. Tutti sani come pesci.

Il pubblico, l'unico colpevole di questa storia, è invitato, per riparare l'indignazione manifestata, a confessare il proprio peccato all'899.10.12.423. Una squadra di volontari aiuterà ad estirpare il male prima che il male estirpi voi. Nel gruppo troverete una telecamera: l'occhio di Giovanardi.

Nella foto: Stefano Cucchi dopo le amorevoli cure

mercoledì 28 ottobre 2009

Non guardate quella scarpa














Il film esce oggi nelle sale cinematografiche e già si inserisce in una nuvola di successi. Solo la pioggia rimane acida. E il protagonista non ha l'ombrello.

Trama. Un omaggio alla storia del giornalista iracheno Muntazar Al Zaidi, famoso per il suo lancio delle scarpe all'ex presidente americano George W. Bush. Del giornalista, trasferitosi a Ginevra, viene mostrata tutta la sua umana rabbia come testimone di omicidi civili, bimbi rimasti orfani e donne maltrattate a causa della guerra. Si scopre come l'uomo sia rimasto per 9 mesi prigioniero nel carcere di Bagdad, torturato e picchiato, colpevole di aver lanciato un messaggio chiaro all'amministrazione americana: "noi non vi siamo grati".
C'è chi lancia fiori, c'è chi lancia scarpe. Può cambiare l'odore ma ad Al Zaidi ha cambiato la vita. Si trova a Ginevra per farsi curare il setto nasale seriamente danneggiato, le dita dei piedi rotte, lo shock di essere stato attaccato ai cavi elettrici e per ricominciare una nuova vita. Tutta la gente lo conosce, quando lo saluta gli guarda le scarpe, le nazioni rivendicano la manifattura di quel paio divenute così famose. C'è addirittura chi pagherebbe 12 milioni di dollari per averle.
Ma Al Zaidi nonostante tutto non ride. Alla fine del film si vede un Obama vincitore del Nobel per la pace mentre continuano i maltrattamenti a Guantanamo e i morti in Iraq.
A nulla è servito il cerchio rosso che il regista ha voluto disegnare intorno alla testa del neopresidente. Nessuno ha provato disprezzo, nessuno in sala ha lanciato una propria calzatura.
Tutti continuano a chiedere di quelle scarpe, quelle che hanno fatto inchinare per un attimo il presidente più potente del mondo.

Commento del regista: "d'altronde ce lo aveva detto McLuhan. La scarpa aveva un messaggio ma il messaggio è diventato la scarpa stessa".

venerdì 16 ottobre 2009

L'informazione in cassa integrazione

"Non fare tutto questo chiasso. Dopo tutto, non era la prima volta"

Berlusconi sta male. E' ammalato. Non vince più come una volta. Ma anche il tipo di giornalismo che si porta dietro sta male. Sta diventando ridicolo. E sta mettendo a dura prova gli italiani che tra poco si accorgeranno del grado grottesco che ha raggiunto l'informazione di parte berlusconiana.
Da poco i suoi giornali, 'Il Giornale' e 'Libero', hanno lanciato la campagna per non pagare più il canone Rai a causa di programmi come AnnoZero.
Povero Minzolini: e lui che credeva di essere riuscito ad entrare tra le grazie del premier. Forse sperava anche lui di poter entrare nell'harem sardo ma ora rischia di vedersi decurtato lo stipendio. Già me lo immagino: un direttore di un noto tg nazionale in cassa integrazione.
La cassa integrazione della verità.
Ma credo che già tutti, in tempi di crisi, ci siamo accorti che l'informazione è in cassa integrazione. Cioè ci viene somministrata una verità ridotta e a tratti, come dicevo, ridicola.
L'ultimo esempio parte dal colpo inflitto all'innocente premier: la multa che Fininvest dovrà pagare (se la pagherà) di 750 milioni di euro, la più alta nella storia giudiziaria italiana. Un altro record, dopo la percentuale di consensi da parte dei suoi elettori.
Dovrebbe essere contento.
E infatti l'ha presa con allegria. Ha commissionato due pagliacci, Claudio Brachino di Mattino 5 e Sallusti de 'Il Giornale', di creare un video per mostrare a tutti le 'stravaganze' del giudice Mesiano, il giudice che ha portato a termine la causa contro l'impero televisivo del premier. Il giudice viene seguito, pedinato da una telecamera (manco per i mafiosi è riservato lo stesso trattamento) un sabato mattino durante la sua normale vita da cittadino.
Si vede il giudice recarsi dal barbiere mentre una vocina simpatica lo descrive ancora ignaro della sua promozione (che tra l'altro promuoverlo proprio in questo frangente non è stata una furbata da parte del Csm. Che gli costava aspettare? Mah!). Egli viene mostrato come un tipo nervoso, che fuma continuamente una sigaretta dietro l'altra, e cammina avanti e indietro davanti al locale ancora chiuso. Davvero stravagante: fosse una persona normale avrebbe un barbiere a casa. E invece di camminare avanti e indietro si farebbe accompagnare da un volo di stato.
Poi si fa tagliare la barba e così si rilassa. Con la schiuma. Che stravagante. Perché non se la fa impiantare pelo per pelo?
Infine lo si ritrae su una panchina vestito, udite udite, con camicia bianca, pantaloni blu e calzini turchesi. Manco un polsino di Armani! Un bottone di Coco Chanel. E le scarpe che indossa saranno sicuramente delle copie cinesi.
Basta. Non se ne può più di 'sti giudici poveracci. Già che è costretto a pagare, il signor Berlusconi, vuole essere condannato da una persona del suo rango!
Il video in questione segue l'articolo pubblicato da Alessandro Sallusti, una statua di cera degna del museo Madame Toussand, condirettore de 'Il Giornale'. Il manichino si lamenta che il giudice è stato sorpreso in un ristorante ad esultare e a brindare una volta appreso che al premier fosse chiesto di dimettersi. "Un giudice che brinda alla caduta di Berlusconi la legge, oltre che il buon senso, deve impedire di giudicare Silvio Berlusconi."
Ha ragione. E' pericoloso, in un clima da Granda Fratello (quello di Orwell), mostrare in pubblico le proprie emozioni e quelle di molti italiani. Meglio farlo in privato. Magari dando una festa privata. A palazzo Grazioli.

La vignetta è di Rainer Hachfeld.